Perchè dipingere elementi botanici trasforma gli spazi (e chi li abita)
C’è un libro che nel 2019 ha cambiato qualcosa nel mio modo di guardare il lavoro che faccio. Si intitola Shinrin Yoku di Annette Lavrijsen, e parla dell’arte antica giapponese di “fare bagni nel bosco” – l’immersione lenta e consapevole nella natura come pratica di benessere per il corpo e la mente.
L’ho letto di un fiato. Non perchè fosse una novità assoluta per me, ma perchè dava un nome a qualcosa che portavo dentro da molto tempo senza saperlo articolare.
Una storia che inizia da lontano
Da quando avevo venticinque anni dipingo fiori e foglie ad acquerello. Non era un progetto artistico, non era una strategia professionale. Era un bisogno. Un modo per stare con me stessa, per ritrovare un ritmo quando il mondo esterno sembrava troppo rumoroso.
Quelle opere le ho tenute per me per anni. Quando qualcuno le vedeva e mi chiedeva di acquistarle, mi tiravo indietro. Non riuscivo a separarmi da loro. C’era qualcosa in quelle foglie, in quel colore che scivolava sul foglio bagnato, che era troppo mio per lasciarlo andare.
Per anni ho tenuto separati i due mondi: da una parte il lavoro di decoratrice pittorica – professionale, tecnico, al servizio degli spazi e dei clienti – e dall’altra la pittrice silenziosa che dipingeva per sè, per trovare calma, per meditare senza meditare.
Il momento in cui i due mondi si sono incontrati
Poi è arrivato quel libro, e con lui una consapevolezza nuova: quello che io cercavo dipingendo – la quiete, il contatto con qualcosa di essenziale, la sensazione di respirare più lentamente – era la stessa cosa che le persone cercano quando si immergono in un bosco.
E se quella sensazione poteva essere dentro una stanza?
ho iniziato a lavorare in grande. Su tela, con tecniche diverse dall’acquerello, ispirandomi all’inizio all’essenzialità dell’arte giapponese: spazi vuoti, pennellate ridotte alla loro essenza formale, elementi che abitano la superficie con intenzione e misura. La natura sintetizzata, filtrata, tradotta in segno.
Poi ho continuato a esplorare. Perchè la natura non è descrivibile in un unico modo. È luce e buio insieme. È ordine e caos. È il ramo che punta dritto e il fiore che si apre senza chiedere il permesso- Ho cercato di rappresentarla in tutte le sue forme: dal tratto grafico e preciso alle composizioni più astratte, dove il colore diventa protagonista e la forma si scioglie in qualcosa di più libero.
Stavo cercando la mia grammatica. La sto ancora cercando, in un certo senso. Ed è la cosa più bella.
Cosa succede quando la natura entra in una stanza
C’è qualcosa di interessante che la ricerca sul benessere visivo ha osservato: i nostri occhi vengono attratti in modo naturale da piante, foglie, fiori. Senza sforzo. Senza fatica. È come se il cervello riconoscesse qualcosa di familiare e si allentasse, lasciando andare la tensione accumulata.
Questo vale per la natura reale. Ma vale, in misura sorprendente, anche per la sua rappresentazione pittorica. L’immagine di un ramo fiorito su una parete bianca non è solo decorazione ma è un invito a rallentare, a posare lo sguardo e a respirare.
Quando ho iniziato a portare questo linguaggio nel mio lavoro, ero partita da una necessità tutta personale. non pensavo che quella stessa sensazione si sarebbe trasferita anche a chi avrebbe vissuto gli spazi che dipingevo. invece è stato così, e la cosa mi ha colta – lo ammetto – un po’ di sorpresa.
“vedere i tuoi dipinti è fonte di tante cose belle. In questo periodo così brutto per me, vedere la tua mano che crea riporta alla speranza che le cose belle, in qualche modo, torneranno a venirmi incontro. Le tue creazioni sono medicina per l’animo, anche se in questo momento tanto ferito.”
(testimonianza)
Quando ho letto queste parole, ho capito qualcosa di importante. Quello che faccio è qualcosa che tocca un livello più profondo, che ha a che fare con il modo in cui ci sentiamo nei luoghi che abitiamo.
La bellezza non è un lusso
Spesso le persone che mi contattano pensano alla decorazione come a un dettaglio finale, quasi una concessione al piacere. Qualcosa che si fa “se avanza il budget”, “quando tutto il resto è sistemato”. Ma in trentanni di lavoro ho visto l’effetto che uno spazio bello ha sulle persone che lo vivono, e posso dire con certezza che sottovalutiamo quanto la bellezza intorno a noi incida sul nostro benessere quotidiano.
Non parlo di case perfette o di interni da rivista. Parlo di spazi che ci assomigliano, che parlano un linguaggio che sentiamo nostro, dove gli occhi trovano qualcosa su cui posarsi con piacere. Una grande opera botanica su una parete non “completa” una stanza, la trasforma. Cambia l’energia, cambia la luce percepita, cambia il modo in cui entriamo in quello spazio ogni mattina.
Gioia. serenità, calma, persino allegria: sono parole che i miei clienti usano spontaneamente, senza che io le suggerisca. E ogni volta mi confermano che dipingere la natura – con tutta la sua complessità, con i suoi contrasti, con la sua capacità di essere al tempo stesso ordinata e selvaggia – è un gesto che va oltre l’estetica.
Oggi
Oggi sono felice quando le mie opere trovano il loro posto nel mondo. Quella parte di me che non riusciva a lasciarle andare si è trasformata in qualcosa di diverso: una gratitudine silenziosa ogni volta che un’opera lascia lo studio e va ad abitare la casa di qualcuno.
Quella serenità che ho cercato per me stessa – foglia dopo foglia, pennellata dopo pennellata – continua a muoversi nel mondo attraverso le opere. E questo, più di qualsiasi altra cosa, mi dice che vale la pena continuare.



