Il primo incontro: come lavoro con i miei clienti e perché a volte dico no.

C’è un momento, all’inizio di ogni conversazione con un nuovo o nuova cliente, in cui smetto di pensare al progetto e comincio ad ascoltare la persona.

Non è una tecnica che ho imparato, è successo gradualmente nel corso degli anni senza accorgermene.

Di solito si comincia con un messaggio. Qualcuno ha visto un mio lavoro su Instagram, in casa di un amico, a volte in un luogo pubblico e vuole sapere se posso fare “qualcosa di simile” per il suo spazio.

Normalmente chiedo che cosa desiderano nello spazio dove è richiesto il mio intervento, cosa desiderano sentire, cosa manca o cosa c’è di troppo.

Queste domande a volte sorprendono perché le persone si aspettano un preventivo, non una conversazione. Ma è solo così che capisco se posso essere utile davvero. Perché quello che mi viene chiesto non è solo una “decorazione”, ma un cambiamento. Vogliono percepire la casa in modo diverso. Più leggera, più loro. E questa è una responsabilità che prendo sul serio.

Porto uno sguardo aperto prendendomi il tempo di osservare le cose. Come la persona si muove nel suo spazio, che parole usa per descriverlo (“caldo” “accogliente” “sogno” “pratico”…) perché le parole che scegliamo raccontano quello che sentiamo, anche quando non lo sappiamo.

Ascolto anche quello che non viene detto.

A volte c’è una stanchezza sottile, una voglia di cambiare che va oltre il colore di una parete. Altre volte c’è un’idea chiarissima in testa, ma manca il linguaggio tecnico per esprimerla. Il mio lavoro, in quella fase, è anche quello di aiutare a trovare le parole e poi a trasformarle in forma e colore.

Ovviamente non lo so sempre da subito, ci vuole qualche scambio in più.

Ma ci sono segnali che ho imparato a riconoscere nel tempo. Una risonanza tra quello che il cliente cerca e quello che sento di poter dare. Quando c’è, si percepisce una specie di accordo che si crea anche prima di aver discusso i dettagli tecnici.

Quando questa risonanza non c’è, mi fermo.

Ho imparato che fare un passo indietro è rispetto verso il cliente, che merita qualcuno che possa accompagnarlo davvero, e verso me stessa, perché il mio lavoro migliore nasce quando mi sento a mio agio con il progetto, con la persona e con ciò che mi viene chiesto di esprimere.

Ci sono richieste che non fanno per me. Progetti in cui sento che quello che cerco di portare non trova terreno e preferisco dirlo con gentilezza, piuttosto che procedere e dare qualcosa di meno di quello che sono in grado di dare.

Non è arroganza, è onestà e questo nel tempo mi è stato riconosciuto.

Ho detto di no a progetti che sembravano interessanti sulla carte ma che, nel dialogo, mi lasciavano un senso di disallineamento. Ho detto di no quando sentivo che le aspettative erano costruite su un’idea del mio lavoro che non corrispondeva a quello che faccio davvero.

E dico di no anche quando mi rendo conto che quello di cui il cliente ha bisogno è qualcosa che un’altra professionalità può offrire meglio di me.

Non è mai facile ma mi sono accorta che quelle conversazioni costruiscono fiducia più di quanto la distruggano.

Il mio lavoro si regge sulle relazioni e non su quante pareti dipingo, e su quanto mi sento davvero presente in ogni progetto che scelgo di portare avanti.

quando il progetto prende forma, comincia qualcosa che assomiglia a una collaborazione vera. Condivido gli schizzi preparatori, le prime prove colore, i dubbi che a volte si presentano a metà percorso.

Perché i dubbi fanno parte del processo e mostrarli (con misura, senza drammatizzare) è un modo per tenere aperto il dialogo, per permettere al cliente di sentirsi parte di quello che ne sta nascendo.

Ho avuto clienti che, vedendo un bozzetto iniziale, mi hanno suggerito qualcosa che non avevo considerato e che ha arricchito il progetto. Ho avuto clienti che si fidavano completamente e lasciavano fare, e in quel caso la fiducia era un dono che cercavo di onorare.

In entrambi i casi, quello che cercavo era che il risultato finale si sentisse loro. Non una mia firma su una loro parete, ma qualcosa che fosse nato insieme.

Non so esattamente quando è cambiato il mio modo di lavorare, so che, ad un certo punto, ho smesso di separare il “professionale” dal “personale” in modo così netto.

Ho portato nel lavoro su commissione la stessa attenzione e cura che mettevo nelle opere che dipingevo solo per me.

Una cliente, qualche tempo fa, mi ha scritto una cosa che tengo con me. Diceva che guardare quello che avevo realizzato nel suo spazio le dava la sensazione che le cosa belle, prima o poi, tornano a venire incontro. Non stava parlando di un colore o di una tecnica, ma di qualcosa che aveva sentito.

Questo, per me, vale più di qualsiasi altra cosa.

Hai uno spazio che vorresti trasformare, ma non sai ancora bene come? Puoi cominciare scrivendomi e vediamo se possiamo lavorare insieme.

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